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Cuori. Il nuovo medical drama in stile anni ’60

Lunedì, 18 Ottobre 2021 17:12 Scritto da
La fiction “Cuori” andata in onda ieri sul primo canale nazionale ha il sapore del melò, sia per ambientazione, anni ’60, sia per impostazione della storyline: medical drama di sicuro impatto sul pubblico generalista, mescolanza di privato (molto) e pubblico, dinamiche ospedaliere, triangoli amorosi e un unico grande obiettivo: eseguire il primo trapianto di cuore al mondo all’Ospedale “Le Molinette” di Torino, che fa da sfondo alle vicende del primario, il visionario e work alcoholic, Cesare Corvara (Daniele Pecci), della sua giovane moglie, la cardiologa Delia Brunello (Pilar Fogliati) e del suo pupillo, il chirurgo Alberto Ferraris (Matteo Martari). Sostanzialmente la trama di questa serie in otto puntate è racchiusa tutta nel titolo: cuori che vengono man mano rimessi a posto in sala operatoria e i cuori dei protagonisti che tra passioni, gelosie e sensi di colpa si aggirano tra i corridoi del nosocomio torinese, restituendoci uno spaccato dell’Italia del boom e del progresso tecnologico e scientifico. Un bel pezzo di storia del nostro Paese dal quale, peraltro, non ci siamo mai staccati, sempre smaniosi (specie nelle trasmissioni televisive) di far rivivere quel periodo d’oro che difficilmente tornerà, non fosse altro perché veniva dopo una guerra atroce. A parte le scenografie super azzeccate, l’atmosfera di quegli anni resa nella totalità, comprese le acconciature improponibili, e la voglia di emancipazione, la peculiarità e, di fatto, il motore di “Cuori” è che tratta, mediante il personaggio della Fogliati, il tema del pregiudizio sul luogo di lavoro. La dott.ssa Brunello è discriminata in quanto donna, derubricata a “signorina”, anziché essere chiamata con il suo titolo, è oggetto di maldicenze (per le minigonne che indossa) e sospetti (i pazienti non si fidano e le preferiscono un dottore uomo), ed è mal vista dai colleghi che la accusano - Ferraris in primis, con il quale ha avuto una relazione in passato - di aver sposato il primario per fare carriera. Insomma, sono passati 54 anni (dal 1967, anno in cui si svolgono i fatti) e per le donne non è cambiato nulla. O quasi. Nonostante oggi rivestano ruoli di rilievo, la stragrande maggioranza di loro è ancora vittima di quegli stessi preconcetti e di quelle stesse dicerie. Una ferita nella società dei giorni nostri che chissà se e quando riuscirà mai a cicatrizzarsi. Siamo sinceri, quante volte ci siamo imbattuti in persone intellettualmente oneste come Corvara capaci di riconoscere in un collega donna delle capacità superiori a quelle di un uomo? Tuttavia, noi restiamo fiduciosi, come Brunello, che quando viene allontanata o messa in un angolo, ci prova e ci riprova ancora. Fiera, sicura di sé e certa di valere molto più degli altri.
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La struttura è sempre la medesima: il morto ammazzato, il protagonista vittima sacrificale che trova il proprio riscatto solo alla fine (in genere nell’ultima puntata) e l’inquisitore che scava nel passato del presunto omicida per portare a galla la verità. Nel 99,9% dei casi, il protagonista è un uomo tenebroso, tormentato, disgraziato. Sembra questo ormai il mantra che recitano nella stanza dei bottoni di viale Mazzini, e la giaculatoria è talmente tanto oliata che neppure l’ultima serie - prodotta da Lux Vide e Sony Pictures in collaborazione con Rai Fiction e Big Light Productions ed in associazione con France Télévision, RTVE e Alfresco Pictures - è da meno. Sto parlando, ovviamente, di Leonardo: la miniserie in quattro puntate che racconta il genio italico famoso in tutto il mondo e padre indiscusso della maggior parte delle invenzioni di cui possiamo disporre oggi, oltre ad essere stato un eccelso studioso di anatomia, alchimia, botanica. Tutto parte da un quadro mai rinvenuto, Leda e il Cigno, di cui sono visibili solo i disegni preparatori e considerato il capolavoro dell’artista di Vinci, e da un delitto: la bella modella Caterina da Cremona (Matilda De Angelis, The Undoing) viene ritrovata morta avvelenata e tutti i sospetti ricadono su Leonardo (Aidan Turner, Poldark). Ad indagare sulla vicenda, l’ufficiale del Podestà, Stefano Giraldi (Freddie Highmore). Leonardo ora vive a Milano, in seguito alla fuga da Firenze dove non se la passava troppo bene: accusa di sodomia, allontanamento dalla bottega del Verrocchio (episodio mai avvenuto, in realtà), rapporto conflittuale con il padre e bisogno impellente di far accettare la propria arte basata sull’esperienza, “io dipingo ciò che vedo”, è solito ripetere. Scritto da Frank Spotnitz, già autore de I Medici, e Steve Thompson, la storia viaggia sul filo sottilissimo del vero, del verosimile e dell’inventato, espediente al quale Spotnitz ricorre sempre più spesso per rendere i propri prodotti accattivanti, sennò - per dirla con le parole di Matilda De Angelis a Domenica In – «non è che si può fare na rottura de palle su Leonardo da Vinci». In mezzo, qualche quadro (Il battesimo di Cristo, nel quale Leonardo dipinse il volto dell’angelo sulla sinistra; e il ritratto di Ginevra De’ Benci) e svariati rimorsi di coscienza tanto al chilo. L’artista viene ritratto come un ragazzo timido, introverso, non ancora consapevole della propria grandezza. Un uomo in balia degli eventi che lo portano alla corte di Ludovico Sforza. In sottotraccia, ma neppure così tanto, il tarlo che lui sia responsabile di tutte le sciagure dell’umanità e che sia davvero “maledetto”, come era stato profetizzato alla madre quando lui era solo un neonato (altro elemento inventato). Leonardo è un buon prodotto, sia dal punto di vista interpretativo che scenografico, ma risente di quella patina di “americanata” tale per cui sembra costantemente di assistere ad una trasposizione dei libri di Dan Brown, dove ipotesi strampalate, misticismo, esoterismo, risoluzioni sconclusionate e rapporto uomo/donna (un po’ troppo all’avanguardia per l’epoca in cui sono ambientate le vicende) sono dietro l’angolo. La costruzione stessa della fiction intorno al quadro mai trovato e che rappresenterebbe proprio Caterina (della cui esistenza si ha traccia, perché citata in una corrispondenza in cui Leonardo le chiede di fargli da modella) ha la tragica consapevolezza di quando compri una borsa griffata su internet e poi scopri che è un falso d’autore. Il mistero ha sempre il suo fascino, così come la ricerca dell’assassino, in questo caso, un po’ telefonato, ma far ruotare tutti e 8 gli episodi intorno a questo elemento, compresi i flashback di uccelli svolazzanti e preannunciatori di sciagure, è forse un po’ troppo. Anche perché i passaggi in cui l’aspetto umano (vedi omosessualità e rapporti interpersonali) viene fuori rappresentano notevoli punti di forza.
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Ricordate il maggiordomo Alfredo? Quel simpatico personaggio che conquistò in poco tempo l'ammirazione di tanti fans della soap opera un posto al sole? Dopo un periodo di pausa, il maggiordomo interpretato dall'attore vesuviano Mario Grazio Balzano tornerà sul piccolo schermo. In questi giorni, infatti, nelle incantevoli location partenopee si stanno registrando le nuove puntate della serie televisiva molto amata dal pubblico della terza rete. Una conferma della produzione RAI per Balzano che evidenzia, ancora una volta, quanto le capacità interpretative dell'attore vesuviano siano state particolarmente apprezzate dopo le prime apparizioni dell'estate scorsa. Le immagini di queste riprese, molto probabilmente, andranno in onda nella tarda primavera su RAI 3.

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Devo confessarlo: sono una fan sfegatata del Commissario Ricciardi. Questo personaggio fuori dal comune -nato dalla prolifica penna di Maurizio De Giovanni - ha il volto di uno straordinario Lino Guanciale, chiamato a dare corpo ed anima ad uno dei protagonisti più enigmatici della letteratura noir contemporanea. Sei film per altrettanti libri, dove il noir si mescola al giallo e al melò nel contesto della Napoli anni ’30. Il merito di questo encomiabile lavoro di equilibrio e misura va al regista, Alessandro D’Alatri e all’intero cast, quasi totalmente napoletano. Una prova d’attore che Guanciale restituisce in maniera impeccabile, giocando sulla potenza dello sguardo, sui suoi magnetici occhi verdi e su di una espressività facciale che comunica molto più delle parole. Perché Ricciardi non è uno che parla tanto. È cupo, ombroso, taciturno; ma, allo stesso tempo, è sensibile, empatico e capace di fare proprio il dolore delle persone, dare loro giustizia, mettendo in pratica, maniacalmente, la sola cosa che conosce: il lavoro. Con il suo impegno quotidiano allevia la sofferenza di quei morti di morte violenta che lo perseguitano, ripetendogli in maniera ossessiva il loro ultimo pensiero prima di morire. Ricciardi vive il dolore costantemente. Ad ogni angolo della strada vede i fantasmi di quelli che non ci sono più, ai quali non può donare la pace che cercano. Il mondo dei vivi si intreccia a quello dei morti e lui, spettatore alla finestra, non può fare altro se non continuare ad osservare e a convivere con il suo dono che è anche una maledizione. Ma quella finestra sul suo mondo di sofferenza e malinconia lascia intravedere uno spiraglio di umanità: la possibilità di essere felice. Enrica. La vicina di casa di cui lui è innamorato (corrisposto) che ogni sera, immancabilmente, si attarda nelle sue mansioni domestiche, volgendo un occhio alla lastra di vetro che ha di fronte, nella speranza che lui (di cui in prima battuta non conosce neppure il nome, men che meno la professione) si affacci. Un amore fatto di sguardi, di silenzi carichi di speranza. Di attese che aspettano solo di essere trasformate in occasioni concrete. Enrica attende, con animo gentile e paziente, ma determinato. Maria Vera Ratti incarna al meglio questa ragazza poco più che ventenne, abituata a vivere in casa, in un universo, quello familiare, che è tutto il suo essere. Un amore poetico. E poi c’è lei: Livia Lucani Vezzi (Serena Iansiti). La vedova del grande tenore Arnaldo Vezzi che si invaghisce di Ricciardi quando il cadavere di suo marito è ancora caldo. Una donna di una bellezza felina, dal profumo esotico, dice di lei De Giovanni. Una donna piena di fragilità che però vorrebbe accompagnare il Commissario nel suo cammino verso la luce. La tata Rosa (Nunzia Schiano), di contro, è tutto ciò che resta della famiglia del barone di Malomonte. Tenace, attenta, meticolosa, che adora il suo “signorino” e vorrebbe vederlo sistemato. Un uomo che non capisce fino in fondo, ma che ama in modo viscerale ed incondizionato. E poi ci sono i due amici di Ricciardi: il dott. Bruno Modo (Enrico Ianniello), antifascista, e il brigadiere Raffaele Maione (Antonio Milo), devoto al Commissario da quando egli li riportò l’ultimo pensiero del figlio Luca, morto in un’azione di Polizia. Il Commissario Ricciardi è un prodotto diverso da quelli a cui la Rai ci ha abituati, osando con un personaggio di non facile prima lettura ma che, passo dopo passo, ti cattura. E gli ascolti lo confermano: sei milioni di telespettatori per la prima puntata, 5.7 milioni per la seconda con il 23.5% di share. Ricciardi vive in un tempo sospeso, tra passato e presente. Ci porta nei vicoli di Napoli, dove la contraddizione è il sale della vita, dove vige l’ingiustizia del fascismo e del clientelismo, dove si uccide per “fame e per amore”.
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Mina Settembre, la nuova fiction di RaiUno che ha per protagonista l’attrice e cantante napoletana, Serena Rossi, fa centro, regalandoci un prodotto godibile, allegro, spensierato (visti i tempi cupi e di incertezza che stiamo vivendo causa Covid) e in linea con la messa in onda della rete ammiraglia, carico di personaggi positivi che esaltano i buoni sentimenti. Nata dalla penna di Maurizio De Giovanni, prolifico scrittore partenopeo, autore (tra gli altri) de Il commissario Ricciardi - dal 25 gennaio sempre su RaiUno - Mina Settembre è un’assistente sociale presso il Consultorio del Rione Sanità. Una vita spesa per gli altri, a risolvere i problemi legati ad uno spaccato della società che spesso si tende ad occultare, negare o, semplicemente, ignorare, facendo finta che non esista. Ecco, Mina sta dalla parte dei più deboli, dei più fragili, donandoci la sua umanità, la sua capacità di commuoversi e la sua empatia. Il tutto condito dal talento di Serena Rossi che, dai tempi in cui interpretava Carmen ad “Un posto al sole”, ha dimostrato di stare bene in qualsiasi ruolo le venga assegnato - vedi alla voce Mia Martini. Come ogni storia che si rispetti, il triangolo è dietro l’angolo, come pure la storyline che accompagna la protagonista alle prese con un piccolo segreto di famiglia da risolvere. Mina, infatti, si divide tra l’amore che prova (ancora) nei confronti del marito fedifrago Claudio - Giorgio Pasotti; e il ginecologo del Consultorio, lo scanzonato e piacione Domenico (Giuseppe Zeno) che cerca in tutti i modi di far capitolare la bella Mina. Una foto trovata per caso in una cassaforte, accompagnata da una lettera scritta per metà dal padre morto mesi prima, tinge questo dramedy sentimentale di giallo. Mina non riesce a smettere di pensare alla donna ritratta nella foto e vuole saperne di più. Intorno all’universo Settembre gravitano personaggi tipici della commedia: la madre (Marina Confalone), una borghese altolocata incontentabile e snob; e le due amiche Irene (Christiane Filangieri), avvocato di grido e maniaca del controllo, e Titti (Valentina D’Agostino), allegra e frizzante proprietaria del bar in cui le tre amiche si incontrano ogni sera per raccontarsi le loro vicende quotidiane. Un trio pimpante e scanzonato, a metà strada tra Sex and the City e Charlie’s Angels, odierne eroine metropolitane. A fare da cornice, lo splendido scenario di una Napoli che mescola alto e basso: rione sanità, Gianturco, la vista mozzafiato che si ammira dalla funicolare di Montesanto, il Vomero, il porticciolo di Mergellina e tutti i posti più belli e suggestivi della città. Una fiction godibile, lontana anni luce dalle atmosfere drammatiche de L’amica geniale, che mette al centro la figura dell’assistente sociale che si fa in quattro per gli altri alle volte contro la loro stessa volontà. Tuttavia, si sarebbe potuto rischiare di più, approfondendo determinati contesti sociali, ponendo sotto l’occhio sonnecchioso del telespettatore di RaiUno certe situazioni di grande degrado, pane quotidiano per chi svolge questo mestiere. Invece, la sensazione che si ha è quella di voler ammantare sotto il mantello dell’invisibilità ciò che potrebbe urtare lo spettatore medio, turbarlo e non rendere rassicurante una fiction che nasce proprio con l’obiettivo di esserlo. La risoluzione dei casi che Mina affronta, il più delle volte, è affrettata, rocambolesca, quasi troppo facile per corrispondere alla realtà dei fatti, e restituisce una venatura di artefatto e di poco realistico. Un prodotto che ha fatto registrare ottimi ascolti (una media di 6 milioni di spettatori e il 23% di share), ma se si vuole competere contro le corazzate delle piattaforme streaming (una su tutte Netflix) bisogna osare qualcosa di più.