L’istrionico conduttore televisivo si mostra in forma smagliante nel nuovo programma di Canale Cinque Music dove porta in scena tutto il suo repertorio ridanciano offrendo tre ore di godibilissimo spettacolo con interviste ai grandi della musica dimostrando, ancora una volta, di essere uno straordinario mattatore. Gli ospiti sono chiamati a raccontare qual è la canzone della loro vita e che ha influenzato la loro musica.
In forza a Mediaset già da parecchio tempo, e con un contratto prossimo alla scadenza, in questi anni Bonolis ci ha deliziati con programmi che spaziano dalla risata più pungente - vedi Avanti un altro - ad occasioni di riflessione profonda con il pregiatissimo seppur falcidiato dall’auditel, Il senso della vita. Ecco, proprio questa trasmissione presenta molti strascichi in Music: le confessioni a cuore aperto, le riflessioni, le sedute familiari e non necessariamente ingessate ricordano moltissimo la precedente esperienza televisiva. La scenografia è quella delle grandi occasioni unita ad una carrellata di ospiti che insinuano un tarlo giustificato, ovvero sia che Bonolis abbia voluto fare di Music un piccolo Sanremo. Ad ogni modo siamo lontani anni luce dalla kermesse che si svolge nella città dei fiori. Il clima è decisamente più disteso, informale, non c’è gara, non c’è giuria e sembra quasi un miracolo vista la virata che accomuna ogni trasmissione televisiva nel voler piazzare ovunque giudici che emettono sentenze. La battuta alternata alla citazione colta è la cifra dello stile Bonolis che lo rende un perfetto Giano bifronte. Uno stile ritenuto dai più cinico e sadico soprattutto nel perculare persone comuni elevandoli, per almeno una sera, a personaggi.
Gli esilaranti e collaudatissimi siparietti non sense con il compagno di sempre, il maestro Luca Laurenti che si scopre e riscospre spalla eccellente.
Il primo dei tre appuntamenti ci lascia impressa l’immagine del maestro Ezio Bosso, un esempio di tenacia, amore per la propria professione, portatore di un messaggio dirompente: non lamentiamoci per le piccole cose, tutto si supera. La vita vale sempre la pena di essere vissuta, anche e soprattutto nella malattia.
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Il giovane cantautore Maldestro sbarca in Calabria
Venerdì, 02 Marzo 2018 16:57 Scritto da Paola Gentile
Appuntamento imperdibile per gli appassionati di musica d’autore, giovedì 15 marzo presso il Dome Club alle 21.30, a Castrovillari con il cantautore Maldestro, al secolo Antonio Prestieri, reduce dal Festival di Sanremo 2017 dove si è classificato secondo nella Categoria “Nuove Proposte”, vincendo il prestigioso premio della critica “Mia Martini” per il brano “Canzone per Federica”. Ha portato a casa, inoltre, il premio Lunezia, il premio Jannacci e già vincitore del premio Tenco.
Classe 1985, napoletano, Maldestro è il simbolo della rinascita per chi proviene da un territorio martoriato come quello di Scampia e da una famiglia con un nome che pesa sulle spalle come un macigno. Il padre, Tommaso è un ex capoclan della camorra, ora in carcere, ed in seguito divenuto collaboratore di giustizia, mentre sua madre è diventata cieca subito dopo averlo messo al mondo. Nonostante questo ha saputo insegnargli il senso di giustizia - divorziò dal marito non appena scoprì i suoi legami con la malavita - e portò via Antonio e sua sorella da una realtà che li avrebbe fagocitati.
Durante tutta la sua crescita personale ed artistica, Maldestro ha partecipato a numerose iniziative in favore della legalità nelle carceri minorili, nelle scuole medie, superiori e nelle università, spesso affiancato da nomi importanti della lotta contro le mafie: da Rosaria Capacchione a Don Luigi Merola. A ventotto anni, Maldestro avverte l’esigenza e la voglia di pubblicare alcune canzoni tra le quali “Sopra al tetto del comune” e “Dimmi come ti posso amare”, brani che gli faranno vincere tra il 2013 e il 2014 numerosi premi. Dal suo debutto nel 2013 ha tenuto oltre centocinquanta concerti partecipando tra l'altro a numerosi importanti festival, rassegne ed esibendosi in numerosi teatri importanti. Il 24 marzo ha pubblicato il suo 2° album “I Muri di Berlino”(Arealive/Warner), un viaggio nelle sfumature dei sentimenti umani. Il disco contiene oltre al brano “Canzone per Federica” anche “Abbi cura di te” presente nella colonna sonora del film di Massimiliano Bruno, “Beata Ignoranza”, con Alessandro Gassman e Marco Giallini uscito nelle sale cinematografiche lo scorso 23 febbraio. Maldestro è stato, inoltre, inserito nell'album del Club Tenco dedicato a Fabrizio De André, di prossima uscita.
Il video di “Arrivederci allora”, quarto singolo estratto da “I Muri di Berlino” è stato realizzato con il contributo della Lucana Film Commission che ha conferito a Maldestro il premio “Soundies Award” per il miglior video. Maldestro tornerà in studio ad Aprile 2018 per registrare il suo terzo disco, ma prima un ultimo pugno di date, a marzo e aprile, un tour acustico che attraverserà l’Italia con il quale ha deciso di regalare ai propri fan una serie di concerti dove si esibirà da solo con la sua chitarra per recuperare quella dimensione intimistica del live più vicina ai suoi esordi. Uno spettacolo dove a farla da protagonista sarà la sua toccante poetica, in un rapporto più diretto col proprio pubblico. Un concerto in cui proporrà le sue canzoni già note, totalmente riarrangiate, oltre ad alcuni brani inediti.
«Entro in studio per il terzo album ad aprile. Finalmente. Allora ero lì che pensavo, nei miei giorni di relax, dopo un tour con la band meraviglioso - ha dichiarato il cantautore - Ero lì che mettevo a posto due cose qui e là, e mi sono detto: passerà un bel po’ di tempo prima di riabbracciare il mio pubblico. Questo non mi piace, per niente. Allora ho deciso di mettere su un piccolo tour, da sud a nord, ritornare nelle città e stringervi, farlo forte. Questa volta però, lo voglio fare da solo, chitarra e voce, in posti piccoli, avervi alla distanza di una mano, per guardarsi diversamente. Ho voglia di regalarvi le mie canzoni nude, così, come nascono».
Autore raffinato, dalla voce graffiante, Maldestro racconta, nelle sue canzoni e nei suoi spettacoli, l'amore, la rabbia, la speranza, il disagio e la disperata voglia di vivere di un giovane poeta dei nostri tempi senza rinunciare a un'ironia piena di vita, che è il cuore della sua musica.
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Il regista Rocco Forte fa rivivere la strage di Derry in “Bogside Story”
Venerdì, 19 Ottobre 2018 16:41 Scritto da Paola Gentile
Rocco Forte è un giovane e promettente regista, autore del documentario “Bogside Story”.
Cresciuto in un ambiente sereno e stimolante, circondato dall’affetto della famiglia e dei nonni, Ricky (questo il tenero nomignolo con il quale viene chiamato) sente il richiamo del cinema fin dalla tenera età. «Si spengono le luci, il tenue bagliore del proiettore si diffonde nel buio della sala e il classico e discreto rumore della pellicola che scorre nel proiettore (a quel tempo c’era ancora la pellicola!) è l’ultima cosa che senti coscientemente prima che le immagini sullo schermo ti trasportino nella dimensione del sogno - ci racconta Forte - Fui così sopraffatto da quel rituale magico che avviene solo nel buio della sala cinematografica che alla fine della proiezione, uscendo dal Cinema Ciminelli di Castrovillari, dissi a me stesso: “Da grande farò il regista!”» Aveva appena visto “Jurassic Park” di Steven Spielberg (1993) insieme alla mamma. In seguito quel cinema divenne la sua seconda casa, insieme all’Atomic Cafè.
Con il passare degli anni, la passione per la macchina da presa aumentò in maniera esponenziale anche grazie alla «professoressa Mariarita Lojelo», all’epoca insegnante di italiano alle scuole medie che influenzò notevolmente il suo percorso di studi e di interessi. Dopo la maturità scientifica, Forte si trasferisce a Roma per affinare i suoi studi presso l’Università di Roma Tre, iscrivendosi al DAMS.
Ripercorrendo le tappe della sua vita, arriviamo ad oggi. Lo intervistiamo all’indomani dell’uscita della sua pellicola e dopo la partecipazione alla trasmissione Cinematografo di Gigi Marzullo su RaiUno.
Da dove nasce l’idea di utilizzare la forma del documentario in “Bogside Story” e perché la scelta di raccontare la strage di Derry, Irlanda del Nord, del 30 gennaio 1972?
Diciamo che come opera prima non ho scelto un tema proprio semplice. In “Bogside Story” non raccontiamo solo la strage di Derry ma raccontiamo i principali eventi che hanno caratterizzato il cosiddetto periodo dei “Troubles” e lo facciamo partendo dall’arte, da quei meravigliosi murales che decorano il Bogside di Derry realizzati da Tom e William Kelly e Kevin Hasson, meglio conosciuti come The Bogside Artists. L’idea di utilizzare la forma del documentario ha principalmente due ragioni, una legata ad aspetti tecnici e l’altra legata ai contenuti della storia, anzi delle storie. Fare cinema indipendente è molto difficile. Il documentario ti permette di abbattere o contenere alcuni costi del budget, soprattutto i costi sopra la linea se, come nel nostro caso, si è disposti a lavorare senza percepire compenso perché si è deciso di sposare una causa. Inoltre ti permette una troupe leggera pronta a filmare quei momenti inaspettati, non previsti, che il reale ti mette davanti all’occhio della telecamera. L’altra e più importante ragione è che non vedevo altra forma più adatta del documentario per raccontare una storia vera. Non ci sono artifici, non c’è fiction perché non avrebbe avuto alcun senso recitare o simulare. Non ci sono virtuosismi perché sono i murales, le persone che hanno vissuto gli eventi, le loro testimonianze, i loro volti ad emozionare lo spettatore.
I murales realizzati dai The Bogside Artists lungo il quartiere omonimo, a maggioranza cattolica, hanno una grande forza evocativa. Il connubio cinema/arte si conferma ancora come il mezzo più incisivo per raccontare una storia?
L’arte in generale è il mezzo più potente che si possa avere a disposizione se si vuole comunicare qualcosa suscitando delle emozioni, che è poi quello che è successo ammirando i murales nel Bogside. Tutto nasce da lì. Quando mi sono trovato al cospetto di questi giganteschi murales fui estremamente affascinato dalla loro bellezza estetica e dalla loro potenza evocativa da volerne sapere di più, scavare più a fondo. Così è nato Bogside Story, un documentario dove si parla anche di arte attraverso la street art dei Bogside Artists e la fotografia, di Fulvio Grimaldi, due arti devote a tramandare la memoria, che trovano la loro sintesi nell’arte cinematografica, la quale per sua stessa natura è il mezzo più incisivo per raccontare una storia in quanto stimola nello stesso momento più sensi nello spettatore grazie alle immagini in movimento, ai suoni e alle musiche, e questo facilita il coinvolgimento emotivo. Inoltre il cinema e gli audiovisivi potenzialmente possono raggiungere tutti gli angoli del mondo. La visibilità che ti consente il cinema ti permette di far conoscere una storia al maggior numero di persone possibile. Questo è stato sin dall’inizio l’intento di Bogside Story.
I Bogside Artists, Father Edward Daly, il premio Nobel John Hume, Michelle Walker, Betty Walker, Linda Nash, The Bloody Irish Boys che firmano la musica e soprattutto Fulvio Grimaldi hanno regalato una loro testimonianza significativa. Quanto è stato emozionante dirigere Grimaldi che quei fatti li ha raccontati e fotografati 46 anni fa?
Sono immensamente riconoscente a tutti i protagonisti che hai citato non solo per aver accettato di partecipare a questo progetto ma principalmente per la grande esperienza di vita e le emozioni che mi hanno regalato durante le riprese e anche nella loro quotidianità. I racconti, gli aneddoti, vivere con loro ci ha fatto diventare amici. Oltre questo Fulvio è stato anche un maestro dal quale rubare i trucchi del mestiere. Una persona squisita, disponibile e altamente professionale. Sono stato a Derry molte volte ma ripercorrere Rossville Street, il Free Derry Corner e tutti i 12 murales che compongono la People’s Gallery ha avuto un sapore diverso. Vedere Fulvio commuoversi davanti al monumento in memoria delle vittime del massacro del Bloody Sunday ha fatto commuovere anche me.
«How long, how long must we sing this song?» cantavano gli U2 nel 1982 ricordando il Sunday Bloody Sunday. Ad oggi, si muore ancora per difendere i diritti civili?
Sicuramente nelle zone più difficili del mondo, nelle aree di conflitto, si muore ancora per difendere i diritti civili ma di questo non si parla tanto e quando lo si fa, il più delle volte la narrazione mainstream è errata, superficiale, viziata. Per questo il cinema indipendente e in particolare la forma del documentario ricoprono un ruolo fondamentale in quanto hanno il coraggio di raccontare storie scomode. Oggi in Irlanda del Nord non si muore più per difendere i diritti civili ma si patiscono ancora le sofferenze scaturite da tre decenni di conflitto. Derry è sicuramente la città che ha pagato il dazio maggiore e la comunità Cattolica della città lotta instancabilmente da quasi mezzo secolo per ottenere giustizia. Nonostante questa pace apparente, questa convivenza forzata, sono molte le iniziative in cui le due comunità lavorano insieme all’insegna della solidarietà e della comunione ma si tratta di progetti che nascono dal basso, non c’è una concreta volontà politica di abbattere le divisioni e le forti disuguaglianze sociali tra la due comunità. Inoltre, oggi, come conseguenza della Brexit, si sente parlare addirittura di ripristino del confine tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord a dimostrazione del fatto che il conflitto nordirlandese sia ancora una questione aperta.
La sua troupe di lavoro è composta per la maggior parte da ragazzi provenienti dall’hinterland cosentino, come mai questa volontà?
È proprio così: Bogside Story rappresenta anche un piccolo orgoglio calabrese perché è stato realizzato interamente da professionalità calabresi che prima di essere colleghi sono amici. Pietro Laino è un ragazzo di Tortora che ho conosciuto all’università e con il quale ho lavorato nel corso degli anni e ho vissuto esperienze indimenticabili che ci hanno legato sul piano umano. Pietro con molti sacrifici e molto coraggio ha creato la Megapixell una casa di produzione indipendente che è ormai una realtà consolidata nel panorama romano. Pietro ha una preparazione e una conoscenza di tutti gli aspetti tecnici del mezzo cinematografico davvero invidiabile. Insieme abbiamo prodotto e realizzato Bogside Story con la collaborazione di Luca De Francesco, anche lui di Tortora, che ha curato l’audio di Bogside Story facendo un lavoro straordinario e last but not least di Francesco Abonante di Cosenza. Francesco è uno sceneggiatore eccezionale. La sua presenza è stata determinante per Bogside Story. In conclusione cito e ringrazio anche mia sorella Elena che ha realizzato la locandina del film.
Quali sono i Maestri che l’hanno maggiormente affascinata e dai quali ha tratto ispirazione?
Sono stato e sarò prima di tutto uno spettatore di cinema. Sono cresciuto con il cinema americano di genere apprezzando i registi della New Hollywood come Steven Spielberg, Martin Scorsese e in seguito entusiasmandomi per Quentin Tarantino, passando per i fratelli Cohen, fino a lasciarmi travolgere dall’onirismo esasperato del maestro David Lynch. L’università mi ha consentito di ampliare i miei orizzonti permettendomi di riscoprire i grandi Maestri del cinema italiano come Fellini, Rossellini, De Sica, Antonioni e di scoprire nuove cinematografie per me attraverso autori come Renoir, Bergman, Truffaut, Hithcock e tanti altri. Per quanto riguarda il documentario invece voglio citare il Maestro Vittorio De Seta dal quale ho attinto durante la preparazione di Bogside Story.
I suoi prossimi progetti…
La realizzazione di Bogside Story ha rappresentato per me la realizzazione di un sogno ma questo non mi ha affatto sentire appagato. Proprio in concomitanza dell’uscita di Bogside Story nelle sale sto lavorando al mio prossimo progetto che sarà nuovamente ambientato su di un’isola, solo che questa volta si trova nei mari del sud, e che vedrà come protagonista una donna che fugge da un terribile passato. Il resto lo saprete vedendo il film.
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Bilancio positivo per il 60o Carnevale di Castrovillari
Sabato, 17 Febbraio 2018 16:23 Scritto da Paola Gentile
Grande successo di pubblico per il 60o Carnevale di Castrovillari e Festival Internazionale del Folklore.
In quasi 50 mila sono accorsi nella cittadina del Pollino per godere di uno spettacolo unico che ha raggiunto l’apice nella giornata di martedì 13 quando, sotto una pioggia battente, i gruppi si sono dati battaglia all’ultimo voto per aggiudicarsi il premio come migliore Gruppo Spontaneo del 26° Concorso per Gruppi Mascherati intitolato al compianto Franco Minasi, agguantato da “Il Bosco dei Valori” con 736 voti. Al secondo posto “Per Carnevale ogni pacco vale” con 710 punti e al terzo posto “Sbandierando il mondo con Allegria” con un totale di 635 voti. Nella categoria Scuola Primaria, vittoria per “Melting pot”con 657 seguito da “Giocolando con l'Arcobaleno” con 579. Mentre per la categoria Scuole Secondarie primo posto a “60 anni e non sentirli”, gruppo dell'Istituto Istruzione Superiore Liceo Classico - Liceo Artistico e Ipsia con 740 punti che hanno preceduto di soli due punti “60 Anni Brillanti… Siamo Tutti Diamanti” del Liceo Scientifico "Mattei", terzo “La Grande ris...ata” con 628 dell'IPSSEOA. Nella categoria "Carri" vittoria per "Il Bosco dei Valori" con 711 punti davanti a "60 anni brillanti" con 669, “King Kong” ha totalizzato 665 punti e "60 anni e non sentirli" 622.
“La parata della Gioia”, curata da Tiziana La Vitola e Khadigia Russo, ha visto protagonisti i bambini mascherati che, con allegria e divertimento, hanno mostrato la vera faccia del Carnevale, quella della genuinità e della spensieratezza. Durante la manifestazione sono state premiate le scuole che hanno partecipato al 14o Concorso Artistico rivolto alle classi III, IV, V delle scuole primarie per la realizzazione del manifesto del Carnevale dei Bambini. Il riconoscimento è andato al disegno del “Clown” curato dalla classe III A del 1o Circolo Didattico – Plesso VIA Roma; 2o piazzamento per la IV B Villaggio Scolastico e al 3o posto le classi IV C-D del 2o Circolo di Castrovillari.
La sfilata è stata aperta dalla Madrina del Carnevale, Giada Sartori accolta dai due speaker, Marco Graziadio e Arianna Blotta, posizionati nella parte alta del percorso. A capitanare le maschere, i gruppi folkloristici con i “Piccoli” e il “Gruppo della Pro Loco”, seguiti dalla delegazione del Brasile con “Cores e Magia”. La folla ha, infine, tributato il suo omaggio a Re Carnevale che, morendo, ha posto fine ai bagordi dando il via al periodo della Quaresima. La folla si è scatenata con il duo composto da Mimmo Palermo e Gian Carlo Pagano che ha coinvolto il pubblico con le coreografie curate da Danilo Di Marco.
Inoltre si sono esibiti sul palco: Kalabria Orchestra, Giancarlo Pagliarunga, I Terraemares, I beddi di Sicilia, Maria Anna Nolè- Ragnatela Folk, Ciccio Nucera Emy Vaccari delle Muse, Peppe Sapone e Valentina Balistreri.
Hanno espresso viva soddisfazione sia il direttore artistico, Gerardo Bonifati, che il presidente della Pro Loco, Eugenio Iannelli. Il sindaco della città, Domenico Lo Polito ha portato i saluti di Castrovillari al popolo del Carnevale. Presso il Teatro Sybaris, invece, è andato il scena il “Gran Galà” del Festival del Folklore. Una serata dove i gruppi partecipanti hanno dato spettacolo con scenografie, costumi, canti e balli tipici mediante l’interpretazione delle tradizioni culturali ed etniche del proprio paese di origine.
Durante le giornate di festa si è svolta la “Coppa Carnevale di Tennis Tavolo” organizzata da Giuseppe De Gaio, consigliere regionale FITET Calabria e presidente dell’ASD Tennis Tavolo Castrovillari. Un appuntamento fisso quello della Coppa Carnevale che ha portato nella cittadina castrovillarese 70 atleti provenienti da tutta Italia che si sono sfidati nei tornei: Assoluto, Under 18, Veterinari, Promozionale e Paralimpico, nella palestra del Villaggio Scolastico della scuola Primo Circolo Didattico Statale.
Lo sport è stato protagonista nel IX Torneo di Calcio “Coppa Carnevale” – Categoria Allievi e Juniores – a cura dell’A.S. D. Real Castrovillari, svoltosi presso lo stadio comunale “Mimmo Rende”.
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La mafia uccide solo d’estate – La serie: Ridicolizza il crimine usando l’ironia
Martedì, 29 Novembre 2016 17:07 Scritto da Paola Gentile
La mafia uccide solo d’estate – La serie in onda su Rai Uno ogni lunedì ha sbaragliato la concorrenza facendo registrare ascolti lusinghieri.
Ispirata all’omonimo film rivelazione di Pif, al secolo Pierfrancesco Diliberto, la fiction nasce con lo scopo di raggiungere un vasto pubblico raccontando il fenomeno mafioso attraverso il punto di vista di una normalissima famiglia siciliana: i Giammarresi; composti da padre impiegato, madre supplente, sorella rivoluzionaria femminista e figlioletto che osserva curioso il mondo nel suo evolversi.
Ben presto i quattro protagonisti - ai quali si accompagna lo zio guascone e un filo superficiale - si ritrovano, loro malgrado, ad intrecciare le proprie vite con alcuni episodi chiave della storia siciliana. L’amicizia che il piccolo Salvatore instaura con il commissario Boris Giuliano prima e con il giornalista Mario Francese poi, è la spia di una volontà ben precisa di analizzare i fatti dal focus di chi le vicende, e le relative conseguenze, non le ha vissute in prima persona ma le ha subite. Inerme.
Siamo ben lontani dalle atmosfere cupe, seriose ed a tratti lugubri alle quali la fiction nostrana ci ha abituati ogni qual volta ci si confronta con tematiche tanto importanti. Be’, in questo caso, occorre ringraziare la scrittura fresca, innovativa, veloce, salace che incarna lo stile scanzonato di Pif. L’ironica è l’arma che scardina una narrazione che altrimenti sarebbe risultata come un copia e incolla già visto. Ridicolizzando i mafiosi li si fa apparire per quello che sono, ovvero sia dei perdenti.
In La mafia uccide solo d’estate – La serie non c’è il fascino del male che si può trovare in Gomorra, non c’è spiraglio per fraternizzare con il nemico o desiderio di emulazione. Il solco in cui nasce e si sviluppa la fiction è quello tracciato anni or sono da Peppino Impastato con la sua Radio Aut. Quello che più spaventa i professionisti del crimine è la sagacia accompagnata da un cervello pensante che consente di non nasconderti ma di reagire. Con ogni mezzo a disposizione.
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